Fermamente convinta che il cinema possa avere un forte potere sulle persone, nei suoi lavori Nadine Labaki intreccia politica e arte. In Cafarnao – Caos e miracoli (nelle sale italiane dall’11 aprile) la regista coinvolge il pubblico in una riflessione importante, quella sulle inaccettabili condizioni in cui ogni giorno molti bambini sono costretti a vivere.

“Voglio raccontare storie di persone semplici della mia terra. Il mio grilletto è il bisogno di accendere un riflettore vivo, crudo, sul volto nascosto di Beirut.”

Per la regista cinema e attivismo convergono in uno stesso punto: il cambiamento sociale. Questo è il principale obiettivo del lavoro che da anni impegna Nadine Labaki come artista.

Fare film per dare voce alla speranza

L’idea alla base del suo ultimo film nasce dalla continua esposizione, in Libano, alla sofferenza dei bambini.

Tornando a casa dopo una serata, verso l’una di notte, ero ferma al semaforo rosso e ho visto, proprio sotto la mia finestra, un bambino assopito tra le braccia di sua madre che mendicava su un marciapiede deserto. La cosa per me più scioccante era che quel piccolo, che avrà avuto due anni, non piangeva, non chiedeva niente e sembrava non desiderare altro che dormire”, spiega la regista, che da quel momento decide di diventare la voce di questi bambini.

“Se rimango in silenzio, sono complice di questo crimine.”

Assieme a una squadra di autori si immerge così nei quartieri più difficili, negli slum, nei centri di detenzione, per osservare la miseria e la vita di chi ci (soprav)vive.

Una storia, mille esistenze

La storia del piccolo Zain non è solo quella di un bambino libanese, ma di tutti quelli che nel mondo non hanno diritti, “bambini al confine con il Messico, separati dalle loro madri. Bambini in Brasile che vivono nelle favelas. Parliamo di bambini in generale”, sottolinea la regista, “quello che si vede nel film è nulla in confronto alla realtà. Dovremmo svegliarci, prendere coscienza del fatto che tanti bambini stanno soffrendo. È una sofferenza insopportabile”.

Cafarnao diventa allora la voce oppressa e ignorata di una società, di un sistema che non funziona e che, attraverso l’arte, alza il volume della sua disperazione. È in quel momento che il film diventa qualcosa di più di un semplice film, diventa un’arma capace di cambiare le coscienze.